Intervista a Carlo Sini

Università, architettura e società

La redazione di Raumplan è composta da studenti ed ex-studenti provenienti da diverse formazioni. La collaborazione che avrebbe costituito il nucleo originario della redazione è nata in occasione di una tesi di laurea: due studenti, rispettivamente di Architettura e Filosofia, iniziano a lavorare su alcune tematiche legate ai rapporti fra i saperi e alla formazione universitaria.

Conoscendo le opere e il pensiero di Carlo Sini, rivolgemmo a lui quell’insieme di istanze e domande che, in modo ancora acerbo, andavano definendosi.

Jivatma e Paramatma
«Le Upanishad raccontano di due uccelli, Jivatma e Paramatma, seduti sull’albero chiamato “corpo”. Uno di essi mangia il frutto di questo albero, mentre l’altro semplicemente lo osserva. Sono eterni compagni. Ma il miracolo consiste nel fatto che i due uccelli, anche se sembrano essere due, in realtà sono uno solo. Non possono essere separati, in quanto sono due aspetti della stessa realtà».
Sai Baba

Ci sono due livelli dell’azione. Uno è quello dell’azione operativa che guadagna la cosa e la costruisce; l’altro la possibilità di un passo indietro, di una auto-osservazione, che non è operativa (ma a suo modo lo è, in quanto gravida di conseguenze pratiche): sospende l’interesse per il risultato dell’azione e si rivolge al semplice fatto che l’azione sta accadendo e al suo senso o non senso per noi e per gli altri.

21 Luglio 2012.
Conversazione con il filosofo Carlo Sini.

Raumplan. Nella nostra esperienza di studenti di architettura siamo stati esposti ai più diversi approcci e metodi. Ci è stata spesso offerta una didattica semplificata e lottizzata incapace di confrontarsi con i molteplici approcci alternativi e con i diversi livelli di complessità caratteristici del contesto contemporaneo; il Politecnico di Milano non esprime un indirizzo architettonico unitario, né sembrano esserci i presupposti per un dibattito culturale che porti le diverse esperienze a confrontarsi e a trovare un comune terreno d’incontro. Tutto ciò si riflette anche nei più minuti particolari del lavoro di progettazione. Nel nostro lavoro ci siamo spesso scontrati con l’impossibilità di mettere a sistema le diverse componenti e le diverse istanze legate a un’area di progetto: alcune componenti, in seguito al lavoro di analisi e di sviluppo autonomo di ciascuna di esse, tendono lentamente a svanire, sfuggendo al conteggio finale. La risultante è un lavoro, magari ben riuscito a livello architettonico, ma privo di basi solide che lo rendano impermeabile a critiche di programma: non esiste un sistema di riferimento o un terreno comune sulla base del quale confrontarsi e giustificare quel che si è fatto. E’ vero che il mondo contemporaneo è caratterizzato da una estrema complessità e stratificazione: ma la formazione che ci è stata offerta nell’università di massa si limita ad essere un riflesso di tale stratificazione, mentre non è in grado né sembra aspirare a rifletterci o ad affrontarla criticamente. In altre parole sentiamo la mancanza di una didattica della complessità che sappia da un lato farsi carico della molteplicità di livelli e di approcci che caratterizza l’età contemporanea e dall’altro si ponga pur sempre il problema di ricercare un sistema razionale rigoroso che consenta di argomentare con coerenza e di non essere passivi rispetto alle critiche di programma. Perciò abbiamo inteso la nostra tesi come un’occasione per ricercare un metodo e descrivere le operazioni da noi compiute e i problemi che ci si sono presentati: il valore di un lavoro emerge soltanto esibendone la storia e la prassi metodica che si è deciso di seguire e discutendola all’interno di un dibattito culturale. Che cosa pensa del modo in cui è strutturata l’università oggi, in particolare in una facoltà come quella di architettura? Come può essere affrontata, a livello di formazione universitaria e non, la complessità del mondo contemporaneo?

Carlo Sini. Da tempo l’università è strutturata secondo la specializzazione sempre più esasperata delle conoscenze e del lavoro. L’unità del sapere come finalità e fondamento della formazione è un tema che non trova spazio nella organizzazione degli studi universitari. Persino la consapevole assunzione del tema della complessità ha dato vita a discipline specialistiche, certo, almeno apprezzabili negli intenti. La sciagura pedagogica è poi incarnata proprio dalle pretese “scientifiche” della pedagogia, cioè dalla pretesa di tradurre la formazione in una scienza di fatto ignara di ogni reale problema di fondazione e di senso. In proposito le attuali facoltà di scienze della formazione sono, nella maggior parte dei casi, fabbriche di ignoranze e inattitudini a ogni sensato (e trovabile) lavoro. Più in generale, la recente frenesia di inventare i più improbabili percorsi di laurea ha ridotto gran parte dell’università al livello della peggiore chiacchiera giornalistica e della banalità inconsapevole e a tratti persino comica nella sua ignoranza (basta frequentare qualche sessione di tesi di laurea per rendersene conto, dove gli ignoranti non sono solo i giovani), senza che partiti e sindacati mostrino il coraggio di farsene carico davvero. Tutte queste contraddizioni è naturale che appaiano nella loro valenza più significativa in una facoltà come quella di architettura: una disciplina che ha in sé la sintesi di tutto il sapere e del suo rapporto concreto con la vita e con l’organizzazione politico-economica della società. Come le istanze che vengono sollevate con molta precisione e consapevolezza nelle vostre domande possano di fatto essere affrontate e almeno in parte risolte nelle attuali facoltà di architettura è ovviamente un problema al quale non saprei rispondere. Credo però che il problema si radichi anche nella contraddizione stessa che da decenni stiamo affrontando, o per meglio dire subendo: avere una università di massa e però una formazione non “massificata”. Bisogna riconoscere che questo è un problema filosofico-politico ben preciso, che sarebbe ingeneroso pretendere che siano le discipline specialistiche a risolvere. La sua portata è enorme e concerne le speranze “illuministiche” della nostra storia e tradizione, nonché la natura stessa delle nostre democrazie, tradottesi in tecniche per imporre il consenso alle masse di elettori anziché in progetti di formazione di una consapevolezza e di un costume realmente (e non solo formalmente) democratici. In una società così fatta, dove mercificazione e successo mediatico sono le componenti portanti dell’azione politico-sociale pubblica e della prevalente psicologia privata, è ben difficile che una istituzione fragile e complessa come quella universitaria possa salvarsi.

R. Al contrario, ascoltando ad esempio la testimonianza di Vittorio Gregotti, ci è parso che negli anni ’50, ’60 e ’70 ci fosse un clima più adatto a rendere giustizia alla complessità interdisciplinare che è consustanziale all’architettura. Ci riferiamo alla cosiddetta tradizione del moderno su cui ancora si fonda la didattica del Politecnico e, soprattutto, alla figura di Ernesto Nathan Rogers, che svolgeva un ruolo di catalizzatore culturale attorno al quale gli studenti venivano a contatto con le frange più avanzate e vivaci della cultura loro contemporanea. Basti pensare ai suoi stretti rapporti con Montale o con Enzo Paci e il gruppo di Aut aut. Non a caso il suo modello era Leon Battista Alberti, che fu al contempo architetto, artista, teorico e scrittore. Enzo Paci dal canto suo diceva che persino il più semplice gesto architettonico, come quello di erigere un muro, compone un insieme di significati (spaziali, culturali, economici, antropologici e filosofici) difficili da districare. A maggior ragione se si parla di città. Tuttavia come la città contemporanea sconta un progressivo individuarsi della vita e una conseguente disgregazione del tessuto sociale, anche l’università e la cultura in generale sembrano subire questo processo storico senza tuttavia essere in grado di comprenderlo o di governarlo; spesso non ci si pone neppure il problema. Si tratta semplicemente di una mancanza di nuovi maestri? Oppure il restringimento degli orizzonti culturali e la lottizzazione della formazione sono una conseguenza inevitabile della struttura dell’università di massa?

C.S. Sì, negli anni ’50 e ’60 Paci e “Aut Aut” avevano garantito una presenza apprezzabile presso Architettura, una presenza dalla quale anch’io ho tratto qualche conseguenza negli anni ’70. Non bisogna però dimenticare che i seminari di Paci, come del resto i miei, erano seguiti da una minoranza di studenti e professori; c’era anche un’aria di opposizione, di fastidio o anche solo di disinteresse: attività marginali e superflue, riposo del guerriero, divertimenti “estetici”. Il venir meno della filosofia nella formazione generale è del resto un fatto in cammino da tempo ed è ormai diventato macroscopico, molto “americano” (dove per filosofia nelle università si intendono i lavoretti a maglia della logica formale o le dissertazioni al limite della sprovvedutaggine idiota sulla “realtà”: tutte cose che non hanno incidenza alcuna sulla società e nemmeno sul pubblico colto). Di ciò, peraltro, lo stesso insegnamento universitario della filosofia è per primo responsabile, essendosi ridotto a chiacchiera pseudo-storiografica (magari fosse vera ricerca storiografica) e a frenesie occasionali, seguaci della moda più effimera e vacua. L’esempio di Paci è in proposito eloquente: lo ricordano alcuni ad Architettura, ma è del tutto assente nel lavoro filosofico attuale. L’esempio maggiore è ovviamente quello di Husserl e della Crisi delle scienze europee: opera nella quale le vostre domande trovano quanto meno un grande tentativo di chiarificazione e un avvio di possibile soluzione. Ma è facile constatare che di ciò nessuno oggi davvero si cura, in filosofia e altrove nella cultura. Come giudicare tutto ciò? Forse è davvero la fine dell’Europa, come Husserl sospettava. Egli auspicava che la Fenice rinascesse dalle ceneri: non abbiamo, credo, il diritto di smettere di sperare e di lavorare in quella direzione, per quanto soli ci paia di essere rimasti.

R. Nella Harvard guide to shopping Rem Koolhaas ha sostenuto che gli architetti non possono non tener conto del fatto che la mercificazione dello spazio pubblico «ha di fatto cambiato la condizione urbana traformandola dal binomio pubblico/dare a privato/avere» e che «lo shopping è senza dubbio l’ultima forma di attività pubblica rimasta». In un mondo governato dal denaro e dall’interesse privato come si deve ripensare lo spazio pubblico? Come far coesistere i due archetipi della piazza e del mercato? Che senso devono avere i luoghi di aggregazione (e, in ultima analisi, la città in generale) in un mondo in cui il lavoro e la cultura sono per lo più delocalizzati e virtuali?

C.S. I due archetipi della piazza e del mercato oggi più che coesistere si sono identificati: in piazza si va per consumare e per apparire narcisisticamente, quindi per incrementare conseguentemente il mercato, che sembra d’altronde essere l’unica verità e preoccupazione della politica, cioè della piazza. Il resto verrebbe da sé. Stiamo vedendo cosa viene da tutto ciò e soprattutto stiamo comprendendo, pagandone un prezzo nella nostra vita personale, che la democrazia liberale e liberistica si regge di fatto sul lavoro degli schiavi: alle origini i neri d’America; oggi i reclusi delle fabbriche cinesi. Non appena questa verità profonda e sempre taciuta crea problemi, ecco che le nostre sicurezze e certezze vengono meno. Improvvisamente i modelli propagandati del progresso infinito della civiltà e del benessere universale si rivelano utopici; cioè menzogne ideologiche che faceva comodo credere e diffondere.

R. Il fenomeno Dubai è un ottimo esempio dello sradicamento del capitale finanziario e di certa architettura. Ma a Dubai si tratta di cattedrali nel deserto, nel vero senso della parola. Diverso il discorso per un paese come l’Italia che vanta al suo interno un patrimonio storico-artistico senza pari. L’Expo 2015 è alle porte ma Milano non sembra ancora aver trovato una sua anima o una sua via alla modernità. Probabilmente perché Milano non è una metropoli ma si continua a pensarla come tale. Wittgenstein paragonava il linguaggio alla città: il linguaggio è una fitta stratificazione di parole nuove, parole antichissime, parole trasformate, così come la città è costituita da una più o meno spontanea stratificazione di epoche e opere che rappresentano una sorta di epigrafe in cui può leggersi la storia della città stessa. Come sarà possibile a suo avviso far coesistere le diverse anime di Milano e far sì che la trasformazione in atto sia anche un continuo recupero? Qual è la specificità milanese, se esiste? Da dove si può ripartire?

C.S. Difficile dire quale sia la specificità milanese. Quella che mi sembra più evidente deriva dalla sua storia, fatta di continue distruzioni e ricostruzioni. Milano è uno dei più grandi comuni storici, risalente per esempio al medio evo per così dire “eroico”, che non ha conservato quasi nulla, o molto poco (anche se con qualche eccezione grandiosa), delle testimonianze architettoniche della sua storia. Potremmo leggervi una sorta di industriosità pratica lombarda che si mette al primo posto e poi potemmo leggervi altre cose meno esaltanti. Oggi la città è divisa, disarticolata, in palese crisi. La cultura milanese attuale non regge certo il confronto col dopoguerra e con i decenni immediatamente successivi. Qualcosa di meglio, mi pare, sta accadendo, ma il problema è l’impotenza sostanziale della politica nei confronti degli interessi economici particolari, cioè l’incapacità strutturale di far valere le ragioni di tutti e dell’insieme sulle private esigenze e prepotenze. Milano soffre, come altri centri e forse più di altri, la crisi di un modello politico-economico e la crisi di una visione politica e morale. Non sempre si è apprezzati per il fatto di dire queste cose: perché danno evidentemente fastidio a interessi costituiti e perché non si desidera sapere e vedere. Purtroppo non sono queste denunce a presentare il conto, è piuttosto la vita e un destino oggi più che mai planetario. Paci diceva giustamente che alzare un muro, una soglia, è già un gesto profondamente complesso, filosofico e politico, culturale ed economico. Sembra che oggi sia urgente anzitutto abbattere certi muri e varcare certe soglie, anche nel lavoro culturale, che impediscono il confronto e il dialogo tra gli umani di buona volontà.

Jivatma e Paramatma
Illustrazioni di Leonardo Romano

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