Vieni solo se nevica

Artigianato in Valle d’Aosta

“Vorrei intervistarla e visitare il suo laboratorio domani, sarebbe possibile?” 

“Vieni solo se nevica, che se è bello vado a sciare!”

L’indomani, un sabato di gennaio, il cielo grigio minacciava neve. Una buona notizia per me, perché Livio Mognol sarebbe rimasto a lavorare nella sua fucina di Saint Pierre, dove infatti mi trattenni per un’ora buona a discutere di tecniche, tradizioni e vita quotidiana. Verso la fine del pomeriggio, con qualche fiocco che atterrava sul parabrezza, la vecchia Skoda che guidavo imboccava la selvaggia Valgrisenche. Era l’unico segno di vita sulla regionale, serpeggiante tra boschi e pareti a picco. Anche al ritorno, conclusa la mia visita al laboratorio della Cooperativa Les Tisserands, nessuno percorreva la strada buia.

Mi sono laureato nel 2013, con una tesi sul design nelle Alpi. La prima parte del mio lavoro verteva sui metodi di progettazione nelle Alpi, ed era stata costruita su libri e visite a enti che, pur occupandosi di montagna, hanno sede in città, a Torino1. La seconda parte, invece, era costituita da una piccola indagine sulle tradizioni produttive della Valle d’Aosta. La più piccola regione d’Italia, con territorio al 100% montuoso, non ha grande potenziale industriale. L’artigianato, invece, è un fiore all’occhiello, celebrato in una serie di manifestazioni che culminano con la millenaria fiera di Sant’Orso, l’ultimo giorno di gennaio, ad Aosta. Grazie a un incontro con i dirigenti de L’ Artisanà, l’istituzione che promuove le tecniche locali, avevo in tasca una “top ten” dei laboratori, e ai primi di dicembre avevo esordito con l’officina dei fratelli Ferrari, produttori di stufe in pietra ollare. Il fabbro Mognol e le tessitrici di lana de Les Tisserands, i cui laboratori sono relativamente vicini tra loro, erano le ultime visite della lista2. Avrei frequentato ogni laboratorio almeno due volte fino a luglio, e visitato tre fiere: mentre le interviste proseguivano, mi sembrava di poter ripartire gli artigiani in tre gruppi. Gli artigiani residenti nella valle centrale, pragmatici, realisti e relativamente giovani, scelgono, come Mognol e i Ferrari, di considerare la tradizione un trampolino verso nuovi orizzonti. Le loro attività sono vere e proprie piccole aziende, dove i conti devono sempre quadrare e che, non di rado, segnano bilanci in attivo.

Nelle vallate laterali, gli artigiani del legno hanno trovato un buon compromesso: a Gressoney, Rudy Mehr ha lavorato per anni come falegname per l’edilizia, e può dedicarsi ora alla tornitura e al lavoro al traforo; Angelo Nicco, ultimo intrecciatore di gerle in nocciolo della Valle del Lys, è in pensione; ad Antagnod, gli intagliatori di zoccoli in cirmolo della Cooperativa Li Tsacolé svolgono altri mestieri come impiego principale. Queste circostanze simili permettono una strategia economica relativamente rilassata.

Nei villaggi più lontani della Valle di Champorcher e Valgrisenche, infine, le cooperative tessili sono irrinunciabili punti di incontro e focolari di identità per gli abitanti: la tessitura della canapa e della lana sembrano quasi un’attività secondaria rispetto al compito di tenere vive le comunità. I laboratori navigano spesso in acque agitate, e possono rimanere attivi solo grazie al deciso contributo delle istituzioni valdostane, sotto condizione del massimo rispetto delle tradizioni storiche. Al netto di alcuni casi di successo, i laboratori artigianali sembrano poter sopravvivere solo se soggetti ad un trattamento speciale. Un’ipotesi già avanzata da Enzo Mari:

«[…] tutti gli oggetti oggi prodotti industrialmente, ma producibili artigianalmente (quali, ad esempio, sedie, camicie, biciclette, torte) potranno essere realizzati solo in botteghe autonome gestite da non più di tre persone e un apprendista»3

Si tratta di un sogno irrealizzabile o una prospettiva su cui discutere, seppure a lungo termine? Una domanda a cui non ho trovato una risposta, e che è divenuta capofila di una lunga lista di interrogativi rimasti aperti. Esiste spazio in questo mondo fragile per la figura del designer, che non lavori nessuna materia ma le conosca tutte, e che possa attraversare i laboratori suggerendo nuove vie? Esiste un equilibrio tra tradizione e innovazione? L’artigiano tornerà a produrre oggetti per la vita di tutti i giorni, oppure è destinato a chiudersi nelle nicchie del folklore e del lusso? Ed è possibile immaginare un mondo in cui si possa scegliere tra lavoro e svago a seconda del tempo, come ha potuto fare quel sabato Livio Mognol?

Fotografie di Giulia Fiorinelli

Un lavoro di Jacopo Ferrari